sabato 31 ottobre 2015

Racconti del 31 ottobre

Chiamateli misteri, suggestioni, condizionamenti, eventi e fatti incomprensibili o come volete: sempre di un viaggio si tratta, anche se soltanto con la fantasia.

Questo giorno è perfetto per raccontare fatti misteriosi ed inspiegabili, magari riuniti attorno al fuoco di un camino di un B&B o semplicemente seduti al proprio pc. 

Per la verità mi sono lasciata ispirare da un tweet dei colleghi di @Viaggiaescopri; quando ho visto l'immagine

allegata la mia mente si è fiondata ad una ventina di anni fa (forse anche di più...) quando fummo vittime di fatti davvero inspiegabili. 

La location era Villa Adriana, una splendida ed immensa area archeologica sita a Tivoli (Rm). 

Villa Adriana fu la residenza imperiale dell'omonimo imperatore romano. Insomma un complesso di bellissimi edifici, piscine, terme, giardini, simbolo dell'architettura romana più sontuosa. Assolutamente da vedere! 

Ma veniamo i fatti. 

Eravamo un discreto gruppo in gita fuoriporta, l'itinerario comprendeva anche Villa d'Este, altra meraviglia rinascimentale. 

Per una sorta di percorso storico/cronologico decidiamo di fare la prima tappa a Villa Adriana. E lì siamo rimasti!! 

Sono  passati tanti anni ed i fatti, i particolari, le successioni temporali non li ricordo con precisione: quello che mi è rimasto è una sorta di segno, di impressione sopita che si è risvegliata alla vista di questa foto. 

Ma più di ogni altra cosa ricordo una figura, il suo volto bianco scavato ed il suo "outfit" decisamente bizzarro. 

 

Visitando le diverse aree di Villa Adriana, ci trovammo a passare nei pressi di quello che era uno scavo archeologico aperto. 

Operai e archeologi intenti a scavare piegati a terra con i pennellini d'ordinanza ed una figura in piedi, di spalle. Se qualcuno di voi, negli anni passati ha visitato Villa Adriana, e ha visto/riconosciuto questa persona, mi scriva pure così possiamo confrontare le nostre "suggestioni".  

L'uomo era altissimo, almeno uno e novanta/due metri di altezza. 

Di una magrezza impressionante e, ancora più impressionante il suo abito. 

Un lungo mantello nero, bastone (nero ovviamente) e cappello a cilindro. 

Aveva tutta l'aria di dirigere gli scavi, si comportava come uno di quegli archeologi inglesi del diciottesimo secolo. 

Ci chiedemmo se ci fosse qualche rappresentazione o rievocazione storica che giustificasse il suo abito proto-steampunck ma, all'epoca, ste cose non esistevano. Il tizio all'improvviso si gira e si mostra in tutto il suo pallore. 

Il viso era bianchissimo, scavato e spigoloso, le labbra sottili e rosse, l'espressione quasi cattiva. 

Nel momento stesso in cui si gira, aggancia il mio sguardo (solo il mio, checculo!) e svengo! In tutta la mia vita due volte sono svenuta: questa e successivamente ad una brutta caduta da cavallo.  

Ebbene quello che accadde immediatamente dopo, ancora oggi non me lo spiego. Quando mi riebbi mi trovai distante dal luogo dello scavo e sola: del mio gruppo nessuna traccia. 

Mi svegliai seduta ai piedi di un pino, con la testa dolorante appoggiata sul suo tronco. 

Mi trovavo praticamente in un ampio prato circondato dagli alberi; poco distante una famiglia consumava un panino sull'erba. 

Mi alzo completamente stordita ed intontita. 

E' vero, è proprio come accade nei film: la prima domanda che ti viene è "dove sono, che ci faccio qui?" 

Mi guardo rapidamente intorno e mi rendo conto di dove sono; ricordo di avere nello zaino la brochure di Villa Adriana con la piantina, l'afferro e mi incammino cercando di ritrovare i miei amici. 

Li ritrovo, preoccupatissimi e agitatissimi, in quella parte del complesso archeologico che viene chiamata Teatro Marittimo. 

 

Erano tutti intorno al bimbo più piccolo che viaggiava con noi: lo abbracciavano e lo stringevano. Azz, non erano preoccupati per me allora! 

Quel giorno di maggio c'erano pochissimi turisti e, nel Teatro Marittimo, eravamo praticamente soli. 

Mi avvicino a loro un po confusa e un po incazzata perché i miei "amici" non erano venuti a cercarmi. 

Prima che aprissi bocca per rimproverarli, noto immediatamente gli evidentissimi segni sul collo del piccolo! 

Segni innegabili delle maglie di una catena

Il Teatro Marittimo è una parte di Villa Adriana assai singolare. 

Un bellissimo portico con al centro un isolotto artificiale separato dal resto da un canale largo qualche metro. 

Nessuna passatoia, nessun ponte per raggiungere l'isola. 

Non so se ci siano ancora oggi ma, tutt'intorno al canale artificiale, c'erano delle protezioni fatte con le catene (le antenate delle transenne). 

Preciso che le catene erano tutte integre, ben tese e ciascuna con le estremità fissate ai relativi pilastrini. 

I miei amici mi raccontarono che il bimbo si era avvicinato ad una di esse sporgendosi per vedere l'acqua e che, all'improvviso, lo hanno visto letteralmente contorcersi!!!! 

E' contro ogni legge della fisica che una di quelle catene di fosse attorcigliata intorno all'esile collo del bambino. 

Ma io ho visto i segni! Che per fortuna rimasero "solo segni". 

In quel momento mi venne in mente il volto scavato del tizio in nero. 

Fatto che avevo completamente rimosso. "Ohh!" -faccio ai miei compagni- "Ma prima io sono svenuta, sono scomparsa e voi non vi siete nemmeno preoccupati di venirmi a cercare?" 

Mi guardano stupiti e interdetti, non capendo nulla di cosa stessi dicendo. 

"Ma come? Tu ti sei allontanata mentre noi guardavamo gli scavi!"- mi sento rispondere da uno di loro. 

L'interdetta in quel momento fui io. In quel momento non dettero retta ai miei vaneggiamenti, presi com'erano da quello che era successo al cucciolo della comitiva. 

Decisero di terminare la visita e di cercare qualche ristorantino accogliente nella zona. 

Rimasi silenziosa e pensierosa per tutto il tempo. Non vidi più quell'uomo e mai seppi chi fosse. 

E in verità, in tutti questi anni, neanche me lo sono mai chiesta chi fosse, questa strana e inquietante figura alta, scavata e magra. Mai fino ad oggi.

Oh è tutto vero eh!

lunedì 26 ottobre 2015

Capuzzella fra le Capuzzelle

“Io voglio rimanere in questo luogo, capuzzella tra le capuzzelle. Voglio ascoltare le storie di questi umili defunti, piangere e gioire con loro. Qua dentro la solitudine non si avverte. Là fuori si.”  

Iscrizione sulla teca del teschio del Capitano.

 

Solitamente un cimitero è un luogo che rievoca morte, pena e tristezza. 

Ma, come ogni cosa che viene toccata dal "genio" della pietas popolare napoletana, anche il senso più profondo di un comune cimitero viene sovvertito. 

Qui non c'è la morte, quì c'è la vita!

Siamo in pieno rione Sanità, cuore pulsante (e fibrillante) della città di Napoli. Il Cimitero delle Fontanelle, altrimenti detto delle "Anime Pezzentielle", altri non è che una grande cava scavata nel tufo, contenente qualcosa come 40.000 resti umani fra crani (capuzzelle) e femori, la maggior parte dei quali appartenuti alle vittime della grande peste del 1656 e dell'epidemia di colera del 1836. 

Una cosa è leggere queste notizie, altra è immergersi in queste migliaia di teschi silenziosi e polverosi, in un'atmosfera suggestiva ma mai tetra o paurosa

Quello che si prova inizialmente è un immenso senso di rispetto misto a pietà verso queste anime abbandonate chiamate appunto pezzentielle, perché non potevano permettersi una degna sepoltura.  

Un enorme ossario dunque, imperniato della più profonda credenza popolare napoletana.  Ma vediamo perché.

 

Siamo fermi all'ingresso e aspettiamo la guida che ci introdurrà ai misteri e alle leggende legate a questo posto.  

E' gennaio, piove e fa freddissimo ma non è nulla rispetto al freddo-umido che ci aspetta all'interno! 

Ecco perché si dice "frisc a l'anima re i muort!". 

Giaculatorie a parte, già dall'ingresso si intravedono enormi mucchi di ossa e crani ordinatamente accatastati ma la luce è ancora troppa per farci apprezzare appieno la suggestione che evoca questo luogo.  

Arriva la guida e scendiamo letteralmente nel regno dei morti, in una lunga e interessante passeggiata fra storia, leggende e credenze popolari. 

La cosa che colpisce immediatamente sono le monetine (da 2 o 5 centesimi) poggiate su molti dei crani accatastati. Giuro che da lontano e, in penombra, quei centesimi tondi e scuri sembravano fori di proiettile....!

 

Ci disponiamo in cerchio e la guida ci inizia alla storia della cava e all'origine che sta alla base del "culto" delle anime pezzentielle. 

Detta in breve le donne, le matrone napoletane dei secoli passati, venivano in questo luogo per "adottare" un teschio porgendogli preghiere, cure e devozioni in cambio di favori. 

Non c'è proprio nulla da fare: il clientelismo è proprio insito nei geni dell'italiano, anche in questi casi estremi, in cui la "richiesta" del vivente alla capuzzella, altro non era che fortuna, miracoli, oppure dei numeri al lotto. 

Già numeri al lotto possibilmente vincenti e comunicati comodamente via onirica. Insomma la politica della raccomandazione non risparmia neanche i morti. 

La guida ci racconta come la cosa fosse davvero molto sentita! 

Molte volte in caso di "nongraziaricevuta" l'adottante in segno di disappunto girava il teschio rivolgendolo in castigo contro il muro. 

In caso invece di comunicazioni vincenti, il teschio in oggetto veniva venerato con fasti e onori. 

 

Addirittura veniva inserito in teche di vetro, lucidato e adornato di targhe e scritte di ringraziamento. 

Man mano che ci addentriamo nella cava la luce naturale si fa sempre più fievole, fino ad essere completamente sostituita da quella delle candele. 

Fa freddissimo e gli unici rumori che si sentono sono i nostri passi, i pipistrelli e il gocciolio della pioggia che filtra dal tufo. 

La visita guidata prosegue fra i teschi "comuni" e quelli per così dire...VIP, con una storia o una leggenda alle spalle. 

E' il caso del teschio di Donna Cuncetta, la cui peculiarità riconosciuta e provata, è il suo aspetto completamente lucido. 

Non a caso è anche detta la "Capa che suda". Se toccate con la mano il suo teschio e la ritrarrete bagnata, vorrà dire che Essa ha esaudito il vostro desiderio; gli umori trasudati dai resti infatti, venivano interpretati come sudore delle anime del Purgatorio, ossia una rappresentazione delle sofferenze e delle fatiche giunte nell'al-di-quà direttamente attraverso il teschio. 

Poi c'è la coppia di marito e moglie. Lei pare sia morta soffocata con uno gnocco in gola. Il suo volto mummificato e, conservato particolarmente bene, consente di intravedere qualcosa incastrato nella gola. 

 

E poi c'è Lui, il Capitano, la vera Star del cimitero delle Fontanelle. 

Molte sono le versioni che circolano sulla storia di questo teschio. 

Vi racconto quella che mi è piaciuta maggiormente. 

Una ragazza del secolo scorso era particolarmente devota al teschio appartenuto ad un Capitano (non so se dei carabinieri/polizia/esercito). 

Questa ragazza andava ogni giorno al cimitero per pregare il teschio del Capitano, affinché l'aiutasse a trovare marito. 

Ebbene il Capitano l'accontentò. La ragazza trovò un fidanzato e, il giorno delle nozze, fra i banchi degli invitati in chiesa apparve all'improvviso uno sconosciuto in divisa. 

Quest'uomo alto e imponente fece un occhiolino d'intesa alla sposa. 

Il neo marito geloso lo prese a pugni in un occhio (da fiction!). Il giorno dopo il matrimonio, la ragazza tornò al cimitero per ringraziare il teschio del suo Capitano e, sorpresa, l'occhio sinistro apparve alla ragazza con un alone nerastro!! 

Ora, guardate questa foto: ingranditela, guardate bene l'occhio sinistro del Capitano e rabbrividite!! A parte scherzi si nota effettivamente l'alone scuro intorno alla zona orbitale. 

Dal vivo si vede ancora più chiaramente: effetti ottici o riverberi sulla teca sono da escludersi categoricamente! 


 

Il cimitero delle Fontanelle è ancora oggi un luogo frequentato da persone che chiedono grazie in cambio di cure ed attenzioni verso i resti delle anime Pezzentielle. 

Ho visto personalmente un biglietto dell'ultimo concerto di Pino Daniele (era morto da pochissimi giorni) messo lì come ex voto. 

Il cimitero è un luogo autentico dove si fondono fede, misticismo e culti pagani che possiamo deridere fino all'infinito ma, dobbiamo anche ricordare che tutto ciò trae origine dalla semplice ricerca di conforto dalla miseria più profonda della vita quotidiana. 

Ebbene, trarre conforto dall'illusione e dalla immensa fantasia che il popolo napoletano possiede in abbondanza, per me, è una cosa degna di enorme rispetto.

Adotta anche tu una Capuzzella!

Foto: L'Orsa Nel Carro

SIATE VIAGGIATORI NON TURISTI!


martedì 13 ottobre 2015

Expo Milano 2015: the ultimate guide

Qualcosa già mi diceva che non sarebbe stata nabbella esperienza. 

Non saprei dirvi cosa, la classica "vocina" piuttosto che la tipica sensazione a "pelle" che ti fa partire controvoglia. 

Già il fatto che in rete circolassero poche e "veritiere" recensioni sull'Esposizione Universale 2015 era foriero di cose negative. 

Qualche immagine e qualche commentuccio negativo hanno cominciato a girare sul web soltanto ad estate inoltrata. 

In quel periodo le mie ricerche su internet mi rimandano ai tantissimi travel blog pieni di informazioni utili, consigli ecc. 

Mi faccio motivare proprio da quest'aspetto: cavolo ho anch'io un blog e all'Expo CI DEVO ANDARE. 

Avremmo viaggiato in gruppo e, dopo un breve briefing, decidiamo di optare per una "partenza intelligente" stabilita per fine settembre. Che idea vincente. 

Una bella furbata "andata a male" per via del fatto che abbiamo tutti  fatto la stessapensata! 

I mesi di luglio/agosto sono stati troppo caldi e, fare la fila sotto quel sole, sarebbe sato un suicidio. 

"Siii andiamo a fine settembre quando ormai l'ondata di visitatori si è già esaurita!" 

Le classiche ultime parole famose. Un disastro completo. 

A partire dal meteo che è stato caldissimo nelle ore centrali della giornata e molto freddo la sera. Almeno, per fortuna, non ci si è messa anche la pioggia. 

Expo 2015 doveva (nelle intenzioni degli organizzatori) essere concepito in funzione delle tematiche "nutrire il pianeta", "spreco del cibo" ecc ecc. 

L'unico spreco che ho visto è stato lo spreco di tempo durante le file. 

Ecco, Expo 2015 è stata per me l'Esposizione Universale della FILA

File ovunque: per entrare, per entrare nei singoli Padiglioni, per cercare qualcosa da mangiare (ebbene si!), per andare al wc, per USCIRE e finanche per prendere un taxi. Credo che se avessi voluto mandarli affancxxx avrei dovuto affrontare ugualmente una nutrita fila. 

 

Come gli organizzatori hanno realizzato l'Expo
Quest'immagine incarna perfettamente quello che è stato Expo: un perfetto impiastro di contenuti messi a cacchio

Mi vergogno tantissimo ad ammetterlo: in due giorni e mezzo ho visto soltanto 6 Padiglioni. 

Vi basti pensare che per visitare il Padiglione Italia sono entrata in fila alle 15:00 per trovarmi all'interno di Palazzo Italia alle 20:00.  

Praticamente sono entrata che avevo 12 anni e sono uscita a 38. 

Mi sono aggirata fra le minkiate degli interni con lo stesso stordimento del jet lag, dico sul serio!

 

Quando abbiamo visto l'inizio della fila, che cominciava praticamente a metà Decumano, per una sorta di "patriottismo" ci siamo motivati a vicenda e abbiamo deciso di puntare ugualmente verso Palazzo Italia. 

Con il senno di poi....mi sento di dare completamente ragione a Sgarbi, non so se avete sentito come ha metaforicamente definito il Padiglione Italia....andatelo a cercare sul web! 

Ebbene dopo quasi 5 ore di fila con schiena, gambe e psiche a pezzi entriamo nel Padiglione che dovrebbe rappresentarci nel Mondo, per ammirare il NULLA

Per chi ancora non fosse stato all'Expo il mio vivissimo consiglio è di non fare assolutamente alcuna fila per entrare nei Padiglioni. 

Guardateli, ammirateli e fotografateli da fuori che sono bellissimi. 

Piuttosto fate le file per mangiare ed assaporare i cibi tipici di altri Paesi ma i Padiglioni no, lasciate perdere. 

Privi di qualsiasi contenuto interessante per cui valga la pena di stancarsi in ore di fila. 

 

PADIGLIONI in realtà sta per: Pa(R)di(CO)glioni. 

Bastava avere un po' di infarinatura di enigmistica/rebus/anagrammi ecc ed alla soluzione del mistero ci saremmo arrivati tutti. 

Anzi, prossimamente mi aspetto uno special di Giacobbo sul "Mistero dell'Expo alla ricerca dei contenuti dei Padiglioni". 

Altro modo con il quale gli organizzatori hanno tentato di far passare messaggi subliminali è stata quella grande CAGATA della mascotte FOODY! 

Insomma dico davvero, senza giri di parole diplomatiche, non affannatevi ad entrarci. Andate ad Expo per mangiare e divertirvi. 

E se proprio non potete resistere al fascino dei PADICOGLIONI, almeno affidatevi a questa mia personale e brevissima classifica, rigorosamente in ordine di scarsezza:

 

al primo posto dei Padiglioni da evitare c'è l'Argentina: vi troverete a fare la fila salendo una sorta di rampa, tipo quella dei garage/parcheggi multipiano, ammirando dall'alto (con invidia) i visitatori che invece, intelligentemente, hanno preferito fare la fila al ristorante. 

Buonissimi i profumi e la vista sui piatti con le carni tipiche. L'interno del padiglione è abbastanza spoglio: qualche ingegnoso meccanismo di legno e pareti e pareti e pareti e ancora stecaxxo di pareti con le videoproiezioni in loop. Fermatevi a mangiare al ristorante e basta! 

Al secondo posto il Padiglione del Turkmenistan: in piena linea con lo stile dei Paesi di quelle longitudini. 

Sfarzo, pseudolusso e scenografie che tentano di colpire l'occhio. Nulla di che, siamo riusciti a visitarlo perché la fila era scarsa (poi ci siamo resi conto del motivo). 

Al terzo posto il Padiglione Italia: struttura avveniristica, sembra l'interno di un'astronave o un qualcosa di futuristico ma contenuti pressoché inutili ed insignificanti. 

Al quarto posto il Padiglione 0: quanta aspettativa in questa struttura! Le solite gigantografie di cibi che scendono dall'alto, plastici di animali messi a caxxo, cumuli di immondizia a simulare una discarica ecc. 

Le uniche due cose belle erano l'ingresso, davvero d'impatto, e l'attraversamento esterno con la chioma dell'albero (finto) che spunta dal pavimento. 

Un classico di tutte le file era il "Vip Moment", ossia si veniva "garbatamente" messi da parte al passaggio di un codazzo di giacche blù con il ministro/imprenditore/vip di turno.

 

Tornando alla classifica, il quinto posto è occupato dal Padiglione Russo ma, non per meriti intendiamoci, piuttosto perché meno scarso e più organizzato degli altri. 

Bello l'escamotage di intrattenere la fila con il mega specchio sul soffitto del padiglione. 

Tutti con il naso all'insù a scattare selfie superdeformed. Quello della Russia è stato l'unico Padiglione in cui abbiamo visto personale che spiegava, intratteneva e "cibava" i visitatori. Bello il lounge in cui gustare Beluga e caviale. 

Al sesto posto il padiglione della Turchia. 

Praticamente quello che mi è piaciuto di più: aperto, libero, con qualche particolarità in più tipo riproduzioni di oggetti tipici, cibo e, soprattutto, senza fila! 

Sempre a proposito di file, fate attenzione ad individuare il punto esatto dove inziano le code. 

Tanto per farvi capire la disorganizzazione, ci siamo messi in coda con tantissima gente per visitare il Padiglione Austria. 

Ebbene, dopo quasi tre quarti d'ora, arriviamo in un punto del perimetro della struttura in cui un'addetta ci urla contro che la fila cominciava da tutt'altra parte! 

Facciamo il giro e....BAAAHM fila chilometrica a quadrupla serpentina che aggirava il Padiglione. Vabbeh rinunciamo. Padiglione del Giappone? I trend dicono che vada per la maggiore dai visitiamolo! 

Ci sentiamo rispondere direttamente da Madame Butterfly in kimono che l'attesa era di 6 ore. SEI ORE?! Va bene dov'è la sala parto? File, file dappertutto. 

E vogliamo parlare delle fantastiche scenografie di Dante Ferretti? Si è proprio espresso lo scenografo premio oscar! 

Maiali vivi e maiali sventrati, caciocavalli, salami ed un esercito di soldati del cibo talmente ridicoli da essere immediatamente scritturati per affiancare Banderas negli spot del Bulino Bianco. 

Ma questo genio italiano di livello internazionale si doveva perdere proprio in occasione di Expo? E l'albero della vita? 

 

Durante le 5 ore di fila per entrare nel Padiglione Italia ho avuto occasione di osservarlo per bene, sia negli spettacoli diurni che notturni. 

L'albero della vita rimane "piacente" fin quando non si accenda con luci intermittenti a ritmi da sincope o si riempie di fiorelloni enormi e pacchiani

Per non parlare di quella specie di gagliardetto gigante con i colori italiani. 

Ma davvero vogliamo apparire così agli occhi dei visitatori mondiali? Mi dissocio.

Veniamo al triste capitolo cibo. Vorrei tanto non aprire questo libro ma a qualche avventore servirà pure la mia esperienza?! 

Evitate, se potete, quelle che simpaticamente vengono chiamate le "stecche" ossia quegli edifici (CIR FOOD) stretti e lunghi totalmente costruiti in legno. 

Ce ne sono diversi sparsi in tutta la cittadella Expo ma resistete al richiamo. 

Sono corredati di ogni genere di "comfort": dai bagni alla parafarmacia, dalla stazione dei carabinieri alle caffetterie, fino ai ristoran...ehm mense dei poveri

Queste "stecche" sono circondate da delle trappole acquatiche che hanno mietuto diverse vittime nel corso di questi mesi. 

Si tratta di un perimetro realizzato a mo' di vasca, con circa 30 cm d'acqua NON segnalata e NON protetta da argini. Ammettetelo! 

Quanti di voi ci sono cascati con entrambi i piedini!? 

Cibo da mensa aziendale e prezzi da uranio impoverito al mercato nero. 

Avviliti e scoraggiati dalla pasta scotta e dalla cotoletta cruda (e a chi mi dovesse schernire dicendo chetristezza...vai all'Expo e mangi spaghetti e cotoletta...rispondo che a momenti neanche quelli beccavo!) per la sera optiamo per una più internazionale e rassicurante pizza.

 

Riflettiamo sul fatto che anche se non DOC, trattasi sempre di farina, acqua, pomodoro e mozzarella che, combinati insieme, dovrebbero restituirci una pizza quanto meno commestibile. 

Così ci dirigiamo verso una pizzeria non proprio a vista, di fianco al Padiglione dell'Iran. Tutto sommato buonicchia: ci riempiamo la panza con una margherita dello spessore dell'intelletto di Flavia Vento e, tanto per cambiare, ci mettiamo in fila per uscire dall'ingresso Merlata, portando con noi tanta stanchezza, delusione e questo unico souvenir


La fila per l'uscita
E non finisce qui.

A corredare l'avventura milanese, potevamo alloggiare in una struttura "normale"? Certochenò! 

Il nostro hotel era ubicato nel quartiere cinese: bar, tabacchini, supermercati e pizzerie TUTTE cinesi. 

Nulla da dire per carità ma invece di Milano ci sembrava ChinaTown. 

Lo stesso hotel era gestito da cinesi. Siamo arrivati leggermente in anticipo sull'orario stabilito dal check in e troviamo un inserviente cinese che ci accoglie visibilmente in difficoltà con la lingua italiana. 

Si esprimeva a gesti e l'unica sillaba che sapeva pronunciare era "ok". 

Ebbene il nostro Ok-Chan, per gli amici Ok-Man rispondeva, appunto, OK ad ogni cosa o frase che pronunciassimo: possiamo fare il check in? OK! 

Quando arrivano i titolari? OK! 

Saliamo in camera, dov'è l'ascensore? OK! 

Possiamo soggiornare gratis? ...OK! 

A onor del vero devo ammettere che tutto il personale è stato gentilissimo, la colazione è stata una Signora colazione e il punto davvero strategico: in soli 5 minuti di tram eravamo all'ingresso Roserio. 

L'unica pecca...la nostra camera: una EX singola o un EX sgabuzzino adattato a matrimoniale; essendo i cinesi di corporatura piccola e minuta, forse hanno utilizzato il loro standard per realizzare le camere e ci sta ma così è proprio troppo! 

EXPOI?

SIATE VIAGGIATORI NON TURISTI!

Matrimoniale modello Hobbit
Natura Morta
Nutrire il Pianeta
Dante Ferretti's SceMografie
Una piccola parte della fila per Padiglione Italia
Gli interessanti contenuti del Padiglione Italia
Patriottismo pacchiano
Selfie in stile Hannibal-Padiglione Russia
L'unico souvenir
Un EX-PO' stanca














lunedì 5 ottobre 2015

Museo di Pietrarsa: una domenica indietro nel tempo

Domenica 4 ottobre 2015: dopo diversi mesi di chiusura per lavori e restauri, riapre il Museo di Pietrarsa gestito (magistralmente) dalla Fondazione Ferrovie dello Stato . Si tratta di un imponente raccolta di Locomotive d'epoca: un autentico parco giochi per bambini ed appassionati (come me) della "traversina" e di vecchi treni. 

Per l'occasione (altro regalo dalla Fondazione) dalla stazione Napoli Centrale è partito in direzione Pietrarsa un treno d'epoca: il "Centoporte". Un viaggio nel tempo che inizia su un treno d'epoca in servizio fin dagli anni 20: Ecomepotevoperdermelo! 

 

Il Centoporte era chiamato così perchè progettato per spostamenti locali superaffollati, ed era caratterizzato dalle fiancate munite di numerosissime porte, proprio per agevolare la salita/discesa dei passeggeri. E non ho rischiato di perdere la coincidenza con questa meraviglia!? Si perchè a causa di un disguido tecnico sul sito delle FS, numerosi viaggiatori come me hanno acquistato un biglietto regionale (Salerno-Napoli) per un treno che in realtà partiva UN'ORA prima dell'orario che dava il sito! Arrivata in stazione mi aggrego ad un piccolo gruppetto di vittime inferocite e decidiamo di prendere il primo treno disponibile per Napoli senza pagarne il supplemento di ben 6 Euro! Rimaniamo uniti per affrontare controllori e capotreni in caso di verbali o contestazioni. Per fortuna non abbiamo dovuto affrontare nessuno...ma, consiederando il disagio procurato, avremmo potuto prendere anche una Freccia, senza che controllore alcuno avesse potuto pretendere qualcosa! Pensate che il biglietto con orario sballato era ancora acquistabile mentre eravamo sul binario ad aspettare il treno fantasma! FS: nell'era delle app queste cose non devono accadere! Se avessi perso il Centoporte non vi avrei mai perdonato! Cominciamobene...mi sono detta in stazione. Per fortuna il seguito è andato tutto liscio e quello è stato l'unico contrattempo. Arriviamo a Napoli Centrale e individuiamo subito il binario del treno d'epoca grazie ad una folta folla incantata a fotografarne le tipiche carrozze. 

 

Ci accoglie un sovrabbondante numero di personale (neanche le Frecce hanno tanto personale a bordo!), oltrepassiamo le transenne con nastro rigorosamente ROSSO FRECCIA e saliamo a bordo. Veniamo catapultati direttamente negli anni 40: com'è cambiato il modo di viaggiare nei secoli! Al di sopra delle panchette di legno campeggiava il regolamento che imponeva una multa da Lire 800 a Lire 8.000 in caso si fosse danneggiato o "insozzato" il treno. Davvero significativo il divieto: "Vietato SPUTARE in treno"! Lasciamo Napoli Centrale e partiamo salutati da tutti i binari circostanti colmi di improvvisati fotografi. Un treno d'epoca non passa proprio inosservato! In circa 30 minuti arriviamo alla stazione Pietrarsa, rinnovata anch'essa per l'occasione, ed entriamo nel complesso museale. Per inciso, Pietrarsa deve il suo nome ad un'eruzione del Vesuvio che portò la lava fino a quel punto del litorale costiero.

Ex opificio industriale di epoca Borbonica, ora Pietrarsa è un bellissimo Museo che ospita concerti ed eventi: una location fantastica a bordo mare, con vista su Capri e Napoli. Un tappeto rosso e cordialissmi addetti in divisa ci guidano all'ingresso del primo padiglione: che spettacolo! Veniamo accolti da una locomotiva Bayard con annesse carrozze...ma proprio carrozze! Ricordano infatti in tutto e per tutto le carrozze delle diligenze. E poi lo sguardo va oltre e, quello ci si spalanca davanti, è un percorso storico fra locomotive (elettriche e a vapore) bellissime ed imponenti. Un parco macchine che ogni appassionato di treni desidererebbe avere in garage! Si, da piccola giocavo con le macchinine/soldatini/trenini (pur non essendo un maschiaccio). Quando si avvicinava una bambina proponendomi "giochiamo a mammaefiglia" la cacciavo via a calci negli stinchi! Tornando al viaggio nel passato ferroviario, il padiglione A ci restituisce qualcosa come 170 anni di storia ed evoluzione ferroviaria: imponenti locomotive parcheggiate comodamente sui lati lunghi della struttura. Le dimensioni delle macchine sono davvero sorprendenti: silenziose, maestose, lucidate e tirate a nuovo. Alcune di loro suscitano un timore reverenziale che solo un appassionato di treni può provare.  

 

Il padiglione A ad un certo punto è stato invaso da intere famiglie con bambini chiassosi e irrefrenabili che, invece di rimanere incantati dalla bellezza di quei "mostri", correvano, urlavano e davano talmente tanto fastidio da farmi uscire all'esterno, nel piazzale del Museo. Giardini curatissmi, vista fantastica sull'intero Golfo di Napoli e un profumino delizioso di frittura proveniente da un angolo: ci avviciniamo e scorgiamo un'Ape Car modificata a mo' di chioschetto e decidiamo di mangiare qualcosa, nel frattempo che la folla con i bambini indemoniati  si smaltisse nel padiglione. Ci soffermiamo a mangiare un "cuoppo" di frittura mista godendo del sole autunnale e della vista sul mare: la giornata sta prendendo una piega che mi piace tantissimo. Con il carico di carboidrati fritti  proseguiamo la visita inoltrandoci in un altro Padiglione non ancora affollato di bambini e genitori maleducati. Ho visto personale letteralmente sfinito per correre dietro ai visitatori incuranti delle indicazioni e dei divieti di salire sui "mostri". Tutti con la necessità impellente di portare a casa un selfie sulla locomotiva di turno. Rispetto zero. 

 

Ebbene, tornando al padiglione B, mi sono aggirata fra bellissime littorine d'epoca cercando l'attrazione che più mi premeva vedere: la carrozza 10 del Treno Reale, costruito dalla Fiat nel 1929, per le nozze di Umberto II di Savoia e Maria Josè del Belgio. In seguito questo treno divenne "presidenziale" e, nel 1989 Cossiga donò proprio la carrozza 10 al Museo Pietrarsa. La carrozza non è visitabile internamente (peccato) e, inoltre, gli interni erano messi letteralmente a soqquadro da operazioni di restauro/pulizia. I magnifici arredi, il mobilio ed il soffitto intarsiato erano nascosti da quintali di polvere. Avrei preferito non vederla affatto piuttosto che vederla così ridotta. Proseguiamo ammirando un'antica carrozza delle Regie Poste ed una carrozza "blindata" per il trasporto dei detenuti.  

Proseguiamo nel padiglione successivo dove sono in bella mostra alcune locomotive diesel Ansaldo Breda a trasmissione idraulica.

L'accoglienza del giorno di apertura prevedeva numerose iniziative fra cui canti, rappresentazioni teatrali e mini concerti dislocati in varie sezioni del  museo. Procediamo con il Padiglione F dedicato agli utensili per la fabbricazione/manutenzione delle locomotive. Alcuni di loro sono davvero colossali. Il percorso guidato ci porta ad uscire nuovamente nei giardini esterni: altra postazione cibo...stavolta pizze "a libretto" cotte in forno messo lì per l'occasione! Devo ammettere che il complesso museale è corredato di ampi bagni puliti ed area ristoro con distributori automatici. Il personale è sempre pronto a fornire qualsiasi informazione. Inoltre la stazione attigua rende il Museo facilmente raggiungibile da Nord a Sud, senza prendere l'auto. Proseguiamo entrando nel Padiglione G,  l'ultimo padiglione, dove ci siamo letteralmente incantati ad ammirare l'oggettistica: ho visto per la prima volta un modello di biglietteria automatica che per utilizzarla ci vuole un master, e pensare che risale a poco più di 40-50 anni fa! 

Quando poi ho visto gli "arredi" della vecchia stazione Roma Termini sono rimasta senza parole: guardate le foto e datemi ragione! Immaginate la fine che farebbe tale mobilia oggi? Prima c'era un altro senso civico. Anzi, prima c'era senso civico e basta. Altra attrazione del padiglione è il plastico "Trecentotreni", un mega diorama lungo 18 metri e largo più di 2 . Un paradiso! Con i bambini chiassosi fuori dalle balle rientriamo nel Padiglione A e ci soffermiamo con più calma sui possenti colossi allineati lungo le pareti. 

 

Signori, questa era una biglietteria automatica!
Percorrere il tappeto rosso è come passeggiare idealmente attraverso l'evoluzione della trazione a vapore in quasi 200 anni di storia: tutti gli amanti del genere Steampunk qui metterebbero su casa! Belle e suggestive anche le prime locomotive a corrente,  pioniere delle prime vie "elettriche" italiane. 

 

Torno a casa (in treno ovviamente) con il cuore contento. Non esagero affatto affermando che il Museo di Pietrarsa è, ai miei occhi di appassionata, un tesoro tecnico: un bellissimo dono che annulla e fa perdonare tutti i disagi e i ritardi causati dalle FS.

SIATE VIAGGIATORI E NON TURISTI!

venerdì 2 ottobre 2015

EXPO 2015 e le lattine personalizzate della Coca Cola

Altro che nutrire il pianeta, io ho nutrito il mio Ego e la mia autostima! E per così poco direte voi? Certo! Dopo ore estenuanti in fila e, con soli 4 Euro, ho ottenuto la mia nuova e fiammante. Praticamente è l'unico ricordino che sono riuscita a portarmi a casa dall'Expo. Un grazie alle hostess cortesi e carinissime di


 

Per raggiungere il "Coca Point" non seguite la cartina distribuita presso il Padiglione ufficiale Coca Cola....non ci arriverete mai! Cercatelo piuttosto nei pressi del Padiglione Spagna, vicinissimo alla Casa dell'Acqua. Da precisare doverosamente: la personalizzazione non è impressa direttamente sull'alluminio della lattina: si tratta invece di una targhetta adesiva incollata a caldo. Il risultato finale però è molto soddisfacente in quanto l'adesivo si nota appena!  Poi vi racconto di EXPO....

SIATE VIAGGIATORI NON TURISTI